CHEYENNE: “The Bird in Borrowed Feathers” è il nuovo album


Tra le trame libere del jazz contemporaneo e le derive liquide della psichedelia anni ’60 e ’70, i Cheyenne costruiscono un suono che sfugge a coordinate stabili, fatto di improvvisazione, materia cangiante e visioni in continuo movimento. “The Bird in Borrowed Feathers”, uscito l’8 maggio, è il loro secondo album indipendente, un lavoro che si muove ai confini tra composizione e intuizione, dove ogni elemento sembra esistere nel preciso istante in cui prende forma.

Registrato e prodotto sulle rive del Lago di Garda nel 2025, il disco prende il titolo da una favola attribuita a Esopo, un racconto antico che invita a non indossare piume non proprie. Ma nelle mani dei Cheyenne questo insegnamento diventa materia viva, si espande oltre la morale per trasformarsi in un’indagine sonora sull’autenticità, sulla percezione di sé e sulla necessità di attraversare le proprie contraddizioni.

La musica si muove come un organismo in continua evoluzione. Il linguaggio jazzistico si apre, si espande e si deforma, contaminandosi con strutture libere e imprevedibili, mentre le derive psichedeliche affiorano senza mai farsi citazione.

Improvvisazione e composizione si intrecciano in un equilibrio instabile, fatto di groove ipnotici alla Stereolab, sospensioni e aperture improvvise che sembrano trattenere il tempo. In questo flusso si insinuano anche richiami più sottili alla tradizione delle colonne sonore italiane degli anni ’70, dove autori come Umiliani hanno saputo fondere eleganza, sperimentazione e immaginazione cinematica. Le composizioni si trasformano così in ambienti sonori, paesaggi che non chiedono di essere seguiti ma abitati, in cui ogni ascolto ridefinisce i contorni dell’esperienza.

La formazione - Patrizio Mimiola alla batteria, Michi Zait al basso, Zeno Merlini (C+C Maxigross) al sax e flauto, Lorenzo Amarri alle tastiere - agisce come un unico corpo mutevole, capace di alternare tensione e abbandono, densità e rarefazione, costruzione e dissoluzione.

A chiudere il cerchio la visione di Francesca De Col Tana, fotografa originaria della provincia di Novara, la cui immagine scattata negli anni ’90 diventa la copertina del disco. Un gesto che amplia il racconto oltre il suono, suggerendo un altro tipo di ascolto, fatto di sguardi rivolti verso l’alto, alla ricerca di qualcosa che sfugge ma continua a chiamare.

Dalla nascita nel 2024, con l’omonimo debutto presentato al Leoncavallo di Milano e un primo tour europeo, i Cheyenne hanno progressivamente ridefinito il proprio linguaggio. Con “The Bird in Borrowed Feathers” questo processo raggiunge una nuova forma più libera, più esposta, più necessaria.

Non si tratta di aggiungere elementi, ma di togliere il superfluo. Restare con ciò che rimane. E ascoltare cosa succede.





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